tutta l'anima. Udendo la voce di lui, subito una vivida luce si accese sul suo viso, illuminandone a un tempo mestizia e gioia.
«Volevo dirvi soltanto una cosa, principessina,» disse Rostov, «e cioè che se il principe Andrej Nikolaeviè non fosse più in vita, i giornali avrebbero subito annunciato la notizia della morte, trattandosi di un comandante di reggimento.»
La principessina lo guardò senza comprendere le sue parole, ma gioiendo dell'espressione di partecipe sofferenza che si leggeva sul suo volto.
«E, da parte mia, so di molti casi di ferite da scheggia (nel giornale si parla di una granata), ebbene, simili ferite possono essere mortali sull'istante oppure risultano tutt'altro che gravi,» disse Nikolaj. «Bisogna sperare il meglio, e io sono sicuro...»
La principessina Mar'ja lo interruppe.
«Oh, sarebbe una cosa cosi orr....» fece per dire, ma interrompendosi per l'emozione, con un movimento grazioso (come tutto ciò che lei faceva in sua presenza) chinò la testa e gli lanciò uno sguardo di riconoscenza, avviandosi poi dietro la zia.
Quella sera Nikolaj non andò da nessuno, rimase in casa per chiudere certi conti coi venditori dei cavalli. Quando ebbe terminato, era ormai troppo tardi per uscire, ma era ancora troppo presto per mettersi a dormire, e Nikolaj restò a lungo a passeggiare avanti e indietro per la stanza, meditando sulla propria vita, cosa che gli capitava assai di rado.
La principessina Mar'ja aveva prodotto su di lui una favorevole impressione già quando l'aveva incontrata a Smolensk. Il fatto d'averla incontrata in condizioni così straordinarie e il fatto che fosse proprio la donna che per un certo tempo sua madre gli aveva indicato come un ricco