partito, avevano fatto sì che egli la considerasse con speciale attenzione. A Voronež, durante il loro colloquio l'impressione che ne aveva ricevuto era stata non solo piacevole, ma profonda. Nikolaj era rimasto colpito da quella singolare bellezza morale, che in tale occasione aveva notato in lei. Peraltro, sul punto di partire, non provava alcun rammarico al pensiero che, partendo da Voronež, si privava dell'occasione di rivedere la principessina. Ma il suo incontro di quel giorno, in chiesa, gli si era impresso (Nikolaj lo sentiva) in cuore più profondamente di quanto non avesse previsto, e più profondamente di quanto non desiderasse per la propria tranquillità. Quel volto pallido, fine, mesto, quello sguardo raggiante, quei movimenti discreti e pieni di grazia e, soprattutto, quella profonda e tenera mestizia che traspariva da tutto il suo contegno, lo turbavano ed esigevano che confessasse a se stesso quanto tutto ciò gli era gradito. Negli uomini, Rostov non poteva soffrire le manifestazioni esteriori di una vita più alta, spirituale (questo, appunto, gli rendeva antipatico il principe Andrej), sprezzantemente definiva quella roba «filosofia, fantasticheria»; ma alla principessina Mar'ja lo attirava irresistibilmente proprio quella mestizia rivelatrice di un profondo mondo spirituale a lui estraneo.
«Dev'essere una donna meravigliosa! Sì, un vero angelo!» si diceva. «Perché non sono libero, perché ho precipitato le cose con Sonja?» E, suo malgrado, andava confrontando le due donne: nell'una la povertà, nell'altra la ricchezza di quei doni spirituali che Nikolaj non aveva e che perciò apprezzava tanto. Provava a immaginarsi come sarebbero andate le cose se lui fosse stato libero. Come le avrebbe dichiarato il suo amore, e lei, avrebbe accettato di diventare sua moglie? No, non riusciva a immaginarselo. Provava un vago senso di sofferenza, di angoscia, e