avesse sorriso, e fosse coperto da qualcosa di rosso), non soltanto lo ricordava, ma era fermamente convinta di averlo detto allora, e di averlo visto avvolto in una coperta rosa, proprio rosa, e con gli occhi chiusi.
«Sì, sì, proprio rosa,» disse Nataša, che adesso pareva anche lei ricordare che si era parlato di quel «rosa», e proprio in questo particolare scorgeva l'aspetto più straordinario, più misterioso della profezia. «Ma che cosa potrà significare tutto questo?» mormorò con aria pensierosa.
«Ah, non lo so... è una coincidenza così straordinaria!...» esclamò Sonja, stringendosi la testa tra le mani.
Pochi minuti dopo il principe Andrej suonò e Nataša lo raggiunse, mentre Sonja, in preda a un'agitazione e a una commozione quali di rado aveva provato, restò immobile accanto alla finestra, riflettendo sull'eccezionale importanza di quanto era accaduto.
Quel giorno s'era presentata l'occasione di mandar posta al fronte, e la contessa aveva scritto una lettera al figlio.
«Sonja,» disse, sollevando la testa dalla lettera quando la nipote le passò vicino. «Sonja, tu non scrivi a Nikolenka?» le chiese con voce sommessa e tremante; e dall'espressione di quegli occhi stanchi che la guardavano di sopra gli occhiali, Sonja comprese tutto quello che la contessa intendeva dire con queste parole. In quello sguardo trasparivano la preghiera e il terrore del rifiuto, la vergogna di essere costretti a supplicare e la pronta disposizione a un odio implacabile in caso di rifiuto.
Sonja si avvicinò alla contessa e, inginocchiandosi ai suoi piedi, le baciò la mano.
«Scriverò, maman,» disse.