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e rassettarli a dovere prima di condurli davanti al maresciallo. Un'ora dopo arrivò una compagnia di soldati, e Pierre e gli altri tredici furono condotti al Devièie Pole. La giornata era limpida, dopo la pioggia era tornato il sole, e l'aria era insolitamente pura. Il fumo non si stendeva in nuvole basse come quando Pierre era stato trasferito dal posto di guardia del Bastione Zubovskij: nell'aria limpida, oggi, il fumo si sollevava in alte colonne. Non si scorgevano in nessun luogo i fuochi degli incendi: dappertutto si alzavano colonne di fumo, e tutta Mosca, tutto ciò che di Mosca Pierre poteva scorgere, era un unico ammasso di ceneri. Dappertutto si vedevano spiazzi deserti, ingombri di stufe e di canne fumarie, e più di rado i muri, anneriti dal fuoco, delle case in muratura. Pierre guardava gli avanzi degli incendi e non riusciva più a riconoscere i ben noti quartieri cittadini. Qua e là s'intravvedeva la mole di qualche chiesa risparmiata dal fuoco. Il Cremlino, intatto, biancheggiava in lontananza con le sue torri e il campanile di Ivan il Grande. Poco lontano, lietamente brillava al sole la cupola del Monastero Novodevicij, di dove, particolarmente sonoro, giungeva lo scampanìo della messa. Il suono delle campane ricordò a Pierre che era domenica, la festa della Natività della Vergine. Ma sembrava che nessuno celebrasse la ricorrenza: dappertutto rovina e devastazione; in quanto ai russi, solo di rado si incontravano persone lacere e spaurite, che alla vista dei francesi si nascondevano.   
   Evidentemente, il nido russo era perso, distrutto; ma, in seguito alla distruzione dell'ordine di vita russo, Pierre sentiva inconsciamente che sopra quel nido devastato s'era stabilito un diverso ordine, a sé stante, saldo: quello francese. Lo sentiva vedendo i soldati che marciavano baldanzosi, in file serrate, scortando lui e gli altri prigionieri; lo

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