perché hanno fucilato quei disgraziati... L'ultimo avrà avuto vent'anni.»
«Sst... sst...» disse l'ometto. «Grandi peccati sono, grandi peccati...» aggiunse in fretta; poi come se le parole fossero state già pronte nella sua bocca e ne volassero fuori per conto loro, continuò: «Come mai, signore, ve ne siete rimasto in questo modo a Mosca?»
«Non credevo che sarebbero arrivati così presto. Sono rimasto per caso,» disse Pierre.
«E come ti hanno preso, anima mia? Ti son venuti a casa?»
«No, stavo a guardare un incendio, e lì mi hanno preso e processato come incendiario.»
«Dov'è processo, è menzogna,» sentenziò l'ometto.
«E tu, è molto che sei qui?» domandò Pierre, mentre masticava l'ultima patata.
«Io? Mi han preso dall'ospedale, l'altra domenica, qui a Mosca.»
«Ma tu sei soldato, no?»
«Del reggimento Apšeronskij. Motivo di febbre. A noi non ci avevano mica detto niente. Eravamo in una ventina, lì malati... Chi ci pensava? Chi s'immaginava?»
«Ma perché, ti annoi, tu, a star qui?» domandò Pierre.
«E come faccio a non annoiarmi, anima mia? Mi chiamo Platon, Karataev di cognome,» aggiunse, con lo scopo evidente di render più facile a Pierre il rivolgergli la parola. «Sotto le armi, poi, mi hanno soprannominato Falchetto. E come si fa a non annoiarsi, anima mia! Mosca è la madre di tutte le città! Per forza ti viene dispiacere, a veder certe cose. Sì, il verme mangia il cavolo, però muore prima del cavolo: così dicevano i vecchi,» aggiunse in fretta.
«Come, che hai detto?» gli chiese Pierre.