poi fosse stato frustato, processato e condannato a fare il soldato.
«Che vuoi farci, anima mia,» disse, e un sorriso gli screziava la voce. «Sembrava una disgrazia, e invece fu una benedizione! Avrebbe dovuto andarci mio fratello, se io non avessi fatto quel passo falso. E mio fratello, che è più piccolo di me, aveva cinque bambini, mentre io, vedi un po', lasciavo mia moglie e basta. Una bambina l'avevamo avuta, ma Dio se l'era ripresa prima ancora che partissi soldato. Ci son tornato in licenza, e sai che trovo? Che stavano meglio di prima! Il cortile è pieno di bestie; le donne se ne stanno a casa, due fratelli son fuori a lavorare. Solo Michajla, il più piccolo, era rimasto a casa. Il babbo mi fa: «Tutti i figli sono eguali, per me: qualunque dito mordi, fa male allo stesso modo. Se non avessero rapato la testa a Platon, sarebbe toccato a Michajla.» Ci chiamò tutti quanti, com'è vero Dio, e ci fece mettere in fila davanti alle icone. «Michajla, dice, vieni qui, inchinati fino ai piedi davanti a lui; e tu pure, donna, inchinati, e anche voi, nipoti, inchinatevi. Avete capito?» dice. Proprio così, amico mio caro. È il destino che sceglie una testa invece dell'altra. E noi che ci ostiniamo a giudicare: non è bene, questo, proprio non va. La felicità, amico, è come l'acqua in una rete: la butti e si gonfia; la tiri fuori e non c'è nulla. Proprio così.» E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po' in silenzio, si alzò di nuovo in piedi.
«Be', ho idea che adesso ti andrà di dormire, no?» disse, e cominciò a farsi rapidamente il segno della croce, ripetendo: «Signore Gesù, beati Nicola, Floro e Lauro, Signore Gesù, beati Nicola, Floro e Lauro, Signore Gesù Cristo, abbi misericordia di noi e aiutaci!»
Quand'ebbe così finito, si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. «Ecco fatto. Come una pietra,