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   Nei primi tempi della prigionia, la sua forza fisica e la sua destrezza erano tali da far pensare che neppure sapesse che cosa sono la stanchezza o la malattia. Ogni mattina e ogni sera, diceva la sua preghiera: «Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare»; ogni mattina, alzandosi, scuoteva le spalle sempre allo stesso modo e diceva: «Sdraiandomi ho fatto ciambella, alzandomi mi do una scosserella.» In effetti, gli bastava mettersi giù per addormentarsi come un sasso, e gli bastava scuotersi per mettersi subito, senza un istante d'indugio, a occuparsi di qualcosa, come fanno i bambini che afferrano i giocattoli prima ancora d'alzarsi. Sapeva fare di tutto, non proprio alla perfezione, ma nemmeno male. Cucinava, cuciva, sapeva usare la pialla e la lesina. Era sempre indaffarato, e solo di notte si concedeva un po' di conversazione (cosa che gli piaceva molto) e di canzoni. Non cantava come i cantanti, che sanno di essere ascoltati, ma come gli uccelli. Si vedeva che per lui emettere quei suoni era tanto necessario quanto stiracchiarsi o far quattro passi; erano suoni delicati, sempre teneri e quasi femminei, pieni di malinconia, e il suo volto, in quei momenti, aveva un'espressione molto seria.   
   Caduto prigioniero, s'era lasciato crescere la barba, scrollandosi evidentemente di dosso quanto d'estraneo e soldatesco gli si era appiccicato e tornando, istintivamente, al suo modo d'essere di prima, contadino e popolare.   
   «Soldato congedato, camicia fuori dei pantaloni,» diceva.   
   Del periodo passato sotto le armi, non parlava volentieri, benché non si lamentasse e anzi ricordasse sovente che durante tutto il servizio non era mai stato punito. Quando si metteva a raccontare, quasi sempre raccontava dei suoi vecchi e, naturalmente, dei cari ricordi della sua

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