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orrore alla principessina Mar'ja del suono di quella voce.   
   «E hai portato anche Nikoluška?» disse ancora, sempre con voce lenta e indifferente, con un evidente sforzo della memoria.   
   «Come va ora la tua salute?» chiese la principessina Mar'ja, meravigliandosi lei stessa di quel che veniva dicendo.   
   «Questo, amica mia, bisogna chiederlo al dottore,» disse lui, e, facendo, palesemente un nuovo sforzo per essere affettuoso, disse con la sola bocca (si vedeva che non pensava affatto a quello che diceva):   
   «Merci, chère amie, d'étre venue.»   
   La principessina Mar'ja gli strinse la mano. Questo suo gesto lo fece accigliare impercettibilmente. Taceva, e lei non sapeva che cosa dire. Le era chiaro, ormai, cosa gli fosse avvenuto da due giorni prima. Nelle parole, nel tono di lui, specialmente nel suo sguardo - uno sguardo quasi ostile - si avvertiva l'estraneità da tutto ciò che è terreno, sensazione raccapricciante, per una persona viva. Evidentemente egli stentava a comprendere tutto ciò che fosse vivo; ma, nello stesso tempo, si sentiva che non comprendeva ciò che è vivo non perché fosse ormai incapace di comprendere, ma perché alla sua mente s'era rivelato qualcosa d'altro, qualcosa che non era e non poteva essere compreso dai vivi, e che assorbiva tutto il suo essere.   
   «Già, ecco in che strano modo il destino ci ha fatti ritrovare!» esclamò a un tratto, rompendo il silenzio, e indicò Nataša. «Lei, adesso, non m'abbandona nemmeno per un attimo.»   
   La principessina Mar'ja ascoltava, senza capire ciò che lui diceva. Lui, il sensibile, affettuoso principe Andrej, come poteva parlare in quel modo in presenza della donna che amava e che lo amava! Se solo avesse sperato di poter continuare a vivere non avrebbe parlato con un tono così

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