ultimo, definitivo accesso di terrore di fronte all'ignoto.
Era sera. Come di solito dopo il pasto, si trovava in un leggero stato febbrile e i suoi pensieri erano straordinariamente chiari. Sonja era seduta al tavolo. Si era assopito. A un tratto l'aveva invaso un'intensa sensazione di felicità.
«Ah, è lei che è entrata!» aveva detto a se stesso.
Effettivamente al posto di Sonja ora stava seduta Nataša, che era appena entrata nella stanza a passi silenziosi.
Da quando Nataša aveva cominciato ad assisterlo, aveva sempre percepito nettamente la sensazione fisica della sua vicinanza. Gli stava seduta accanto, nella poltrona, girata verso di lui per ripararlo dalla luce della candela, intenta a far la calza. (Aveva imparato a far la calza da quando, una volta, il principe Andrej le aveva detto che nessuno sa assistere meglio i malati delle vecchie njanje che fanno la calza, e che nell'atto di far la calza c'è qualcosa che infonde calma.) Le sue dita sottili muovevano rapidamente i ferri, ed egli vedeva distintamente il profilo pensoso del suo viso chinato. Nataša fece un movimento e il gomitolo le rotolò giù dalle ginocchia. Lei trasalì, si voltò a guardarlo e, facendo schermo alla candela con la mano, si piegò con un movimento cauto, flessuoso, preciso; raccolse il gomitolo e si rimise a sedere nella posizione di prima.
Lui la guardava immobile e capiva che, dopo il movimento che aveva fatto, lei avrebbe avuto bisogno di tirare un sospiro profondo, ma non si decideva a farlo, e misurava il respiro con precauzione.
Al convento di Troica, avevano parlato del passato e lui le aveva detto che, se fosse vissuto, avrebbe ringraziato per sempre Dio della ferita che l'aveva riunito a lei; ma da allora non avevano mai più parlato