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   «Le grand maréchal du palais se plaint vivement,» scriveva il governatore, «que malgré les défenses réiterées, les soldats continuent à faire leurs besoins dans toutes les cours et même jusque sous le fenêtres de l'Empereur.»   
   Quest'esercito - che a somiglianza di un gregge brado calpestava sotto i piedi il foraggio che avrebbe potuto preservarlo dalla morte per fame - si disgregava e sempre più, ogni giorno della sua inutile permanenza a Mosca, andava incontro alla propria rovina.   
   Ma di lì non si spostava.   
   Si diede alla fuga solo quando, improvvisamente, fu assalito dal terror panico alla notizia della cattura dei convogli sulla strada di Smolensk, e della battaglia di Tarutino. E proprio la notizia della battaglia di Tarutino, che giunse inattesa a Napoleone durante una rivista, provocò in lui, come dice Thiers, il desiderio di punire i russi, così che diede quell'ordine di partire che da tutto l'esercito era richiesto.   
   Fuggendo da Mosca, gli uomini che componevano quell'esercito si portarono dietro tutto ciò che avevano saccheggiato. Anche Napoleone non abbandonò il suo trésor. Alla vista di tutti quei carriaggi che impacciavano la marcia dell'esercito, Napoleone restò sbigottito (come racconta Thiers). Eppure, con tutta la sua esperienza di cose di guerra, non diede l'ordine di bruciare i carriaggi inutili, così come aveva fatto con il convoglio di un maresciallo quando erano in marcia su Mosca; aveva dato un'occhiata alle carrozze e ai calessi su cui viaggiavano i soldati e aveva detto che era un'ottima cosa: quelle vetture sarebbero state adoperate per le vettovaglie, per i malati e per i feriti.   
   Tutto l'esercito era in una situazione simile a quella di un animale ferito che sente di essere perduto e non si rende più conto di quello che

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