Gli ufficiali prigionieri furono separati dai soldati e ricevettero l'ordine di marciare. Gli ufficiali, fra i quali si trovava Pierre, erano una trentina; i soldati circa trecento.
Gli ufficiali prigionieri fatti uscire dalle altre baracche erano tutti sconosciuti; avevano vestiti assai migliori di quelli di Pierre e, per via di quelle sue calzature, lo guardavano con occhi estranei e diffidenti. Non lontano da Pierre, circondato con ogni evidenza dal generale rispetto dei compagni di prigionia, camminava un corpulento maggiore; indossava una vestaglia di Kazàn, cinta in vita da un asciugamano e aveva una faccia grassoccia, gialla e rabbiosa. Con una mano, infilata nel panciotto, stringeva una borsa da tabacco; l'altra reggeva il cannello di una lunga pipa. Ansando e sbuffando, il maggiore brontolava e si arrabbiava con tutti: gli sembrava che tutti lo spingessero e avessero fretta, mentre non c'era nessun motivo di aver fretta, e che tutti si meravigliassero di qualcosa quando non c'era niente di cui meravigliarsi. Un altro ufficiale, piccolo e magro, attaccava discorso con tutti, facendo congetture su dove li avrebbero condotti e su quanta strada sarebbero riusciti a fare quel giorno. Un funzionario in stivali di feltro e uniforme da commissario si spostava qua e là per contemplare Mosca in fiamme, e comunicava ad alta voce le proprie osservazioni sugli edifici che bruciavano e se fosse questa o quest'altra la parte di Mosca che si vedeva. Un terzo ufficiale, che dall'accento sembrava di origine polacca, discuteva con il funzionario e si sforzava di convincerlo che si era sbagliato nell'identificare i quartieri di Mosca.
«Che c'è da discutere tanto?» disse con ira il maggiore. «Che sia San Nikola o Vlas, fa lo stesso; non vedete che sta bruciando tutto, e buonanotte? E voi che avete da spingere, non vi basta la strada?» si