capitano.»
«Č una cosa molto importante, da parte del generale Dochturov,» disse Bolchovitinov, entrando per una porta aperta trovata a tastoni.
L'attendente gli passň davanti e si mise a svegliare qualcuno.
«Vostra signoria, vostra signoria, un corriere!»
«Che cosa, che cosa, da parte di chi?» disse una voce sonnolenta.
«Da parte di Dochturov e di Aleksej Petrovič, Napoleone č a Fominskoe,» disse Bolchovitinov senza distinguere nel buio chi lo interrogava, ma pensando dal suono della voce che non si trattasse di Konovnicyn.
L'uomo che era stato svegliato sbadigliava e si stiracchiava.
«Mi dispiace svegliarlo,» disse, tastando alla cieca qualcosa. «Sta male. Forse sono soltanto delle voci.» «Ecco il rapporto,» disse Bolchovitinov, «ho l'ordine di consegnarlo subito al generale di servizio.»
«Aspettate, accendo un lume. Dov'č che vai sempre a ficcarlo, disgraziato?» disse l'uomo che si stirava rivolto all'attendente.
Era Ščerbinin, aiutante di campo di Konovnicyn.
«L'ho trovato, l'ho trovato,» aggiunse poi.
L'attendente batteva l'acciarino mentre Ščerbinin tastava il candeliere.
«Ah, schifose!» disse con disgusto.
Alla luce delle scintille, Bolchovitinov vide il giovane viso di Ščerbinin che teneva la candela e nell'angolo anteriore della stanza un uomo ancora addormentato, Konovnicyn.
Quando, con una fiamma prima azzurra e poi rossa lo zolfo si accese contro l'esca, Ščerbinin accese la candela di sego, dal cui candeliere fuggivano intanto le blatte che la stavano rosicchiando e guardň il