corriere. Bolchovitinov era tutto infangato e asciugandosi con la manica si era imbrattato tutta la faccia.
«Ma chi riferisce questo?» chiese Šèerbinin prendendo il plico.
«La notizia è sicura,» disse Bolchovitinov. «I prigionieri, i cosacchi e gli informatori dicono tutti la stessa cosa.»
«Niente da fare, bisogna svegliarlo,» disse Šèerbinin, alzandosi e avvicinandosi all'uomo in berretto da notte, coperto da un cappotto. «Pëtr Petroviè!» esclamò. Konovnicyn non si mosse. «Al quartier generale!» disse allora sorridendo, sicuro che queste parole l'avrebbero certamente svegliato.
Ed effettivamente, la testa in berretto da notte si sollevò subito. Sulla bella faccia ferma di Konovnicyn, dalle guance arrossate per la febbre, rimase ancora per un istante l'espressione delle visioni del sonno, lontane dalla realtà presente, ma poi ad un tratto sobbalzò e la sua faccia assunse la solita espressione calma e ferma.
«Ebbene, che cosa c'è? Da parte di chi?» domandò senza precipitazione, ma immediatamente, battendo le palpebre per la luce.
Mentre ascoltava il rapporto dell'ufficiale, Konovnicyn dissuggellò il plico e lesse. Appena ebbe finito, calò sul pavimento i piedi coperti da calze di lana e cominciò a mettersi le scarpe. Poi si tolse il berretto da notte e ravviatisi i capelli sulle tempie, si calcò il berretto a visiera.
«Sei arrivato in poco tempo? Andiamo da Sua Altezza Serenissima.»
Konovnicyn aveva capito subito che la notizia arrivata era molto importante e che non era lecito indugiare.
Non pensava e non si domandava se fosse buona o cattiva. Questo non lo riguardava. La guerra era una faccenda alla quale non guardava con