quasi con certezza che era ferita a morte. Ma occorrevano altre prove, bisognava aspettare.
«Costoro hanno voglia di correre a vedere come l'hanno colpita. Aspettate e vedrete. Sempre manovre, sempre offensive!» pensava. «A che scopo? Sempre per distinguersi! Come se ci fosse qualcosa di divertente nella guerra! Sono come bambini, dai quali non si riesce mai a sapere come sono andate precisamente le cose, perché tutti vogliono farti vedere come sanno battersi. Ma ora non si tratta di questo. E che abili manovre che mi vengono a proporre! Quando hanno immaginato due o tre eventualità (si ricordò del piano generale inviato da Pietroburgo), gli sembra di averle immaginate tutte. E invece sono innumerevoli!»
La questione irrisolta, se fosse o non fosse mortale la ferita inferta a Borodino, già da un mese pendeva sul capo di Kutuzov. Da una parte i francesi avevano occupato Mosca, dall'altra Kutuzov sentiva con assoluta sicurezza, con tutto il suo essere, che quel colpo tremendo in cui egli, insieme con tutti i russi, aveva teso tutte le sue forze, doveva essere stato mortale. Ma in ogni caso occorrevano le prove, ed egli le aspettava ormai da un mese, e più il tempo passava, più si faceva impaziente. Steso sul letto, nelle sue notti insonni faceva la stessa cosa che facevano i giovani generali, la stessa cosa di cui li rimproverava. Andava immaginando tutte le eventualità possibili, proprio come quei giovani, ma con la sola differenza che su queste ipotesi non fondava nulla e che non ne individuava due o tre, ma migliaia. Più pensava e più gliene venivano in mente. Immaginava ogni sorta di movimenti dell'esercito di Napoleone, di tutto l'esercito o di parte di esso: verso Pietroburgo, contro di lui, per aggirarlo; immaginava anche l'eventualità - che era la più temibile per lui - che Napoleone si mettesse a lottare contro di lui con le sue