stesse armi, che restasse cioè a Mosca ad aspettarlo. Kutuzov immaginava anche un movimento di ritirata dell'esercito di Napoleone verso Medyn' e Juchnov, ma l'unica cosa che non poteva prevedere era quella che si realizzava, quell'agitazione folle e convulsa dell'esercito di Napoleone durante i primi undici giorni dopo la partenza da Mosca, un'agitazione che aveva reso possibile ciò a cui Kutuzov allora non osava ancora pensare: l'annientamento totale dei francesi. I rapporti di Dorochov sulla divisione di Broussier, le informazioni dei partigiani sui gravi disagi dell'esercito di Napoleone, le voci sui preparativi per la partenza da Mosca, tutto confermava la supposizione che l'esercito francese fosse in completo dissesto e si preparasse a fuggire; ma queste erano solo supposizioni che sembravano importanti ai giovani, non a Kutuzov. Con la sua esperienza di sessant'anni, egli sapeva quale peso si dovesse dare alle voci, conosceva la capacità degli uomini, quando desiderano qualcosa, di raggruppare tutte le notizie in modo che confermino quanto si desidera, e sapeva come in questi casi si tralasci volentieri tutto quanto contraddice il nostro desiderio. E quanto più Kutuzov lo desiderava, tanto meno si permetteva di crederlo. Era questo il problema che assorbiva tutte le sue forze spirituali. Tutto il resto era per lui soltanto un abitudinario adempimento della vita. Questo adempimento e assoggettamento alla vita si estrinsecava nelle conversazioni con gli uomini dello stato maggiore, nelle lettere a M.me de Staël, che aveva scritto da Tarutino, nella lettura di romanzi, nella distribuzione di ricompense, nella corrispondenza con Pietroburgo, ecc. Ma la disfatta dei francesi, prevista solo da lui, era il suo unico, intimo desiderio.
Nella notte dell'11 ottobre Kutuzov se ne stava coricato con la testa appoggiata su una mano e pensava appunto a questo.