un giovane ufficiale con un cappotto francese azzurro.
Al suo fianco cavalcava un ussaro, che portava dietro di sé sulla groppa un ragazzo con una divisa francese tutta strappata e un berretto azzurro. Il ragazzo si teneva aggrappato all'ussaro con le mani arrossate dal freddo, e muoveva i piedi nudi cercando di scaldarli; inarcando le sopracciglia, lanciava tutt'intorno sguardi di meraviglia. Era il tamburino francese catturato in mattinata.
Dietro, a tre, quattro per volta lungo lo stretto, serpeggiante battuto sentiero del bosco venivano gli ussari, poi i cosacchi, chi con le burki, chi con cappotti francesi, chi con una coperta gettata sul capo. I cavalli, bai e sauri, sembravano morelli per la pioggia battente, i loro colli risultavano stranamente sottili per via delle criniere rapprese per l'acqua. Dai loro corpi si levava vapore. E gli abiti, e le selle, e le redini, tutto era bagnato, viscido e gonfio d'acqua, come la terra e le foglie che coprivano il sentiero. Gli uomini stavano a cavallo tutti rannicchiati, cercando di non muoversi, in modo da scaldare l'acqua penetrata fino alla pelle e non lasciarne passare di nuova, gelida, che si infiltrava sotto il sedere, sotto le ginocchia e dietro il collo. In mezzo ai cosacchi disseminati lungo il viottolo, i due furgoni tirati da cavalli francesi e da cavalli cosacchi sellati, rintronavano su ceppi e rami e sguazzavano nei solchi pieni d'acqua della strada.
Il cavallo di Denisov, aggirando una pozzanghera al centro della strada, fece uno scarto e gli fece sbattere un ginocchio contro un albero.
«Ehi, demonio!» gridò con rabbia Denisov e, digrignando i denti, colpì tre volte il cavallo con il frustino, inzaccherando così di fango se stesso e i compagni.