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   Denisov era di cattivo umore a causa della pioggia e della fame (non toccava cibo dal mattino) e, soprattutto, perché non si aveva nessuna notizia di Dolochov, né si vedeva tornare il contadino che era stato mandato a prendere una lingua.   
   «Difficile che si presenti un'altra occasione come questa di attaccare il convoglio. Attaccare da solo è troppo rischioso e rimandare a un altro giorno vuol dire farsi soffiare il bottino sotto il naso da qualcuno dei grossi partigiani,» pensava Denisov scrutando incessantemente davanti a sé nella speranza di scorgere l'atteso messo di Dolochov.   
   Sbucando in una radura che consentiva di vedere lontano sulla destra, Denisov si fermò.   
   «Viene qualcuno,» disse.   
   L'esaul guardò nella direzione indicata da Denisov.   
   «Sono due a cavallo, un ufficiale e un cosacco. Ma non è ipotizzabile che sia il tenente colonnello in persona,» disse l'esaul che si compiaceva di usare parole sconosciute ai cosacchi.   
   I due che avanzavano a cavallo, scendendo in un avvallamento, scomparvero alla vista per poi riapparire dopo qualche minuto. In testa, con un galoppo stanco incitando il cavallo con lo scudiscio, veniva l'ufficiale, scarmigliato, bagnato fradicio e con i calzoni rimboccati fin sopra il ginocchio. Dietro di lui, ritto sulle staffe, trottava il cosacco. L'ufficiale, un ragazzo ancora molto giovane, con una larga faccia rossa e occhi svelti e allegri, si avvicinò galoppando a Denisov e gli porse un plico bagnato.   
   «Da parte del generale,» disse l'ufficiale, «Scusate se non è del tutto asciutto...»   
   Denisov, accigliandosi, afferrò il plico e prese ad aprirlo.   

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