«Ecco, continuava a dirci che era pericoloso, pericoloso,» disse l'ufficiale rivolgendosi all'esaul mentre Denisov leggeva il plico. «Del resto, io e Komarov,» e indicò il cosacco, «stavamo all'erta. Abbiamo due pisto... E questo chi è?» domandò vedendo il tamburino francese, «un prigioniero? Avete già avuto uno scontro? Posso parlargli?»
«Vostov! Petja!» gridò Denisov dopo aver scorso il plico. «Ma pevché non mi hai detto subito chi sei?» e, voltandosi con un sorriso, tese la mano all'ufficiale.
L'ufficiale era Petja Rostov.
Per tutta la strada Petja aveva studiato il contegno che avrebbe assunto con Denisov, senza fare allusioni alla loro passata conoscenza, come si conviene a una persona ormai adulta e a un ufficiale. Ma appena Denisov gli sorrise, Petja si fece subito raggiante, arrossì di gioia e, dimenticato il tono formale che aveva preparato, si mise a raccontare che era passato vicino ai francesi, che era contento che gli fosse stato affidato quell'incarico e che aveva già preso parte a una battaglia presso Vjaz'ma dove si era distinto un certo ussaro.
«Be', sono contento di vedevti,» lo interruppe Denisov e sul volto gli trasparì di nuovo la preoccupazione. «Michail Feoklityc,» si rivolse quindi all'esaul, «di nuovo da parte di quel tedesco. Lui è alle sue dipendenze...»
E Denisov raccontò all'esaul che il plico che gli era stato recapitato in quel momento ribadiva la richiesta del generale tedesco di unirsi a lui per attaccare il convoglio.
«Se domani non lo pvendiamo, quello ce lo soffievà sotto il naso,» concluse Denisov.
Mentre Denisov parlava con l'esaul, Petja, confuso dal tono freddo di