con lui a Denisov. Denisov, indicando i francesi, si mise a domandare che genere di truppe fossero quelle. Il ragazzo, ficcate in tasca le mani intirizzite e inarcando le sopracciglia guardava Denisov tutto spaventato e, nonostante l'evidente desiderio di dire tutto quello che sapeva, s'imbrogliava nelle risposte e si limitava a confermare ciò che Denisov gli domandava. Denisov, incupendosi, gli voltò le spalle e si rivolse all'esaul comunicandogli le sue impressioni.
Girando a scatti la testa, Petja ora guardava il tamburino, ora Denisov, ora l'esaul, ora i francesi nel villaggio e sulla strada, badando a non lasciarsi sfuggire alcunché di importante.
«Venga o non venga Dolochov, bisogna pvendevli!... Che ne dite?» chiese Denisov con occhi sfavillanti.
«Il posto è adatto,» disse l'esaul.
«Mandevemo la fantevia giù, pev gli stagni,» proseguì Denisov, «si favà sotto dalla pavte del giavdino; voi passevete di là con i cosacchi,» ed indicò il bosco oltre il villaggio, «e io invece di qua, con i miei ussavi. E al pvimo spavo...»
«Per il basso non si potrà, è tutto fango,» disse l'esaul. «I cavalli si impantaneranno, bisognerà girare più a sinistra.»
Mentre confabulavano così a bassa voce, giù in basso, nell'avvallamento dello stagno, esplose uno sparo, poi un altro; biancheggiò del fumo e si udì un grido concorde, di apparente esultanza, di centinaia di voci francesi a mezza costa. Di primo acchito, sia Denisov che l'esaul fecero un balzo indietro. Erano così vicino che era loro parso di essere la causa di quegli spari e di quelle grida. Ma gli spari e le grida non si riferivano a loro. In basso, fra le paludi, correva un uomo con qualcosa di rosso addosso. Era evidentemente contro di lui che sparavano e