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occorrono? Prendine pure.»   
   Il cosacco sbucò di sotto al furgone per guardare Petja più da vicino.   
   «Perché io sono abituato a far tutto con precisione,» disse Petja. «Altri fanno le cose a casaccio, non si preparano, e poi si pentono. A me così non va.»   
   «Giustissimo,» disse il cosacco.   
   «E poi senti, per piacere caro, arrotami la sciabola; ha perso il fi... (ma Petja non se la sentì di mentire; la sua sciabola non era mai stata arrotata). Si può fare?»   
   «Perché no, si può.»   
   Lichaèëv si alzò, frugò nelle bisacce e ben presto Petja udì il suono aspro dell'acciaio e della cote.   
   Salì sul furgone sedendosi sulla sponda. Sotto, il cosacco arrotava la sciabola.   
   «Dormono i nostri ragazzi?» chiese Petja.   
   «C'è chi dorme e chi sta così come noi.»   
   «E del ragazzo che ne è?»   
   «Vesennij? S'è buttato a terra nell'andito. Dorme per non sentir paura. Era tutto contento.»   
   Poi Petja tacque a lungo, restando in ascolto dei vari rumori notturni. Nel buio si udirono dei passi e apparve una figura nera.   
   «Che cosa arroti?» domandò un uomo avvicinandosi al furgone.   
   «La sciabola per il signore.»   
   «Ben fatto,» disse l'uomo, che a Petja parve un ussaro. «È rimasta qui da voi la tazza?»   
   «Eccola là, vicino alla ruota.»   
   L'ussaro prese la tazza.   

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