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   «Presto farą giorno,» disse sbadigliando e si allontanņ.   
   Petja avrebbe dovuto sapere che si trovava in una foresta, con la banda di Denisov, a un miglio dalla strada; che era seduto su un furgone preso ai francesi, intorno al quale erano legati dei cavalli; che sotto di lui era seduto il cosacco Lichačėv che gli arrotava la sciabola; che la grande macchia nera a destra era il posto di guardia e la vivida macchia rossa a sinistra era il falņ che si stava spegnendo; che l'uomo venuto a prendere la tazza era un ussaro che voleva bere; invece non sapeva nulla e non voleva sapere nulla di tutto questo. Era in un regno incantato nel quale nulla assomigliava alla realtą. La grande macchia nera poteva anche essere il posto di guardia, ma, forse, anche una caverna che portava dritto al centro della terra. La macchia rossa forse era un fuoco, ma forse anche l'occhio di un enorme drago. Forse lui era davvero seduto su un furgone, ma era anche possibilissimo che non fosse seduto su un furgone, ma su una torre altissima, cadendo dalla quale, prima di toccar terra avrebbe dovuto volare un giorno intero, un mese intero, sempre in volo senza arrivare mai. Poteva darsi che sotto il furgone stesse accovacciato, semplicemente, il cosacco Lichačėv, ma poteva darsi benissimo che si trattasse del pił buono, coraggioso, meraviglioso, straordinario uomo del mondo, che nessuno conosceva. Forse era davvero venuto un ussaro a prendere acqua ed era sceso nell'avvallamento, ma poteva anche darsi che, appena scomparso alla vista, fosse sparito del tutto e non esistesse affatto.   
   Qualunque cosa Petja avesse visto in quel momento, non l'avrebbe sorpreso. Era in un regno incantato, nel quale tutto era possibile.   
   Guardņ il cielo. Anche il cielo era incantato come la terra. Stava rasserenandosi e sopra le cime degli alberi correvano veloci le nuvole come per scoprire le stelle. A tratti pareva che venisse il sereno e che

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