apparisse un cielo nero e pulito; a tratti, invece, che quelle macchie nere fossero delle piccole nubi. A tratti, che il cielo si sollevasse alto, molto alto sopra il capo; a tratti invece il cielo si abbassava talmente che lo si sarebbe potuto toccare con la mano.
A Petja incominciavano a chiudersi gli occhi. Barcollò.
Le gocce cadevano. Continuava il sommesso parlottio. I cavalli nitrivano e si sospingevano. Qualcuno russava.
«Zig, zig, zig, zig...» strideva la lama che veniva affilata. E d'improvviso Petja sentì un coro armonioso di strumenti che suonava un inno sconosciuto, solenne e dolce. Petja aveva un istinto musicale come Nataša e più di Nikolaj, ma non aveva mai studiato musica, mai pensato alla musica, e perciò i motivi che improvvisamente gli passavano per la testa erano per lui singolarmente nuovi e affascinanti. La musica cresceva d'intensità. Il motivo si sviluppava, rincorrendosi da uno strumento all'altro. Era quella che si chiama una fuga sebbene Petja non avesse la minima idea di che cosa fosse una fuga. Ogni strumento, ora simile a un violino, ora a una tromba, ma migliore e più puro dei violini e delle trombe, ogni strumento suonava la sua parte e, prima ancora di aver terminato il motivo, si fondeva con un altro che riprendeva quasi la stessa nota, e con un terzo, con un quarto, finché tutti si fondevano insieme per di nuovo disperdersi e di nuovo fondersi in qualcosa che a volte aveva una solennità liturgica, a volte invece un che di smagliante e trionfale.
«Ah, sì, stavo sognando,» si disse Petja, sentendosi cadere in avanti. «Ce l'ho negli orecchi. Ma forse è la mia musica. Ecco, di nuovo. Suona ancora, musica mia! Avanti!»
Chiuse gli occhi. E da varie parti, come da lontano, vibrarono dei