Rapidamente nella penombra sciolsero i cavalli, strinsero le cinghie e si divisero secondo i reparti. Denisov vicino al posto di guardia dava gli ultimi ordini. La fanteria, con un calpestio di centinaia di piedi, si incamminò e scomparve rapidamente fra gli alberi nella nebbia antelucana. L'esaul lanciò un ordine ai cosacchi. Petja teneva il cavallo per la briglia, aspettando con impazienza l'ordine di montare in sella. Il volto, lavato con l'acqua fredda, e soprattutto gli occhi, ardevano, un brivido gli serpeggiava lungo la schiena, e in tutto il corpo qualcosa ferveva, ritmico e veloce.
«Allova, è tutto pvonto?» domandò Denisov. «Avanti i cavalli.»
I cavalli vennero portati. Denisov si infuriò col suo cosacco, perché le cinghie erano lente e tra gl'improperi montò a cavallo. Petja afferrò la staffa. Il cavallo, per abitudine, avrebbe voluto mordicchiargli la gamba, ma Petja, che si sentiva immateriale, balzò svelto in sella e voltandosi a guardare gli ussari che si mettevano in moto dietro di lui, si avvicinò a Denisov.
«Vasilij Fëdoroviè, non mi affidate qualcosa? Ve ne prego... per amor di Dio...» supplicò.
Denisov sembrava aver dimenticato l'esistenza di Petja. Si voltò a guardarlo.
«Di una sola cosa ti pvego,» disse con tono severo, «di obbedivmi e di non andavti a ficcave chissà dove.»
Per tutta la marcia Denisov non gli disse più una parola e cavalcò in silenzio. Quando giunsero al margine della foresta sulla pianura incominciava a far chiaro. Denisov bisbigliò qualcosa all'esaul e i cosacchi presero a sfilare davanti a Petja e a Denisov. Quando furono