passati tutti, Denisov spronò il suo cavallo e si avviò giù per il pendio. Rannicchiandosi sui posteriori e sdrucciolando, i cavalli scesero verso il fondovalle. Petja cavalcava accanto a Denisov. Il tremito per tutto il corpo gli si faceva sempre più forte. La luce cresceva di intensità, soltanto la nebbia nascondeva ancora gli oggetti più lontani. Arrivato giù, Denisov voltandosi indietro fece un cenno col capo al cosacco alle sue palle.
«Il segnale!» ordinò.
Il cosacco alzò il braccio, echeggiò uno sparo. E nello stesso istante si sentì il calpestio dei cavalli che si lanciavano avanti, grida da varie parti e altri spari.
Nello stesso istante in cui erano echeggiati le prime grida e il primo calpestio, Petja, spronando il cavallo allentando le briglie, si gettò avanti al galoppo senza badare a quel che gli gridava Denisov. Nel momento stesso in cui si era udito lo sparo gli era parso che, tutto d'un tratto, si fosse fatto completamente chiaro, come in pieno giorno. Galoppò verso il ponte. Davanti a lui, lungo la strada, galoppavano i cosacchi. Sul ponte urtò un cosacco rimasto indietro e galoppò oltre. Davanti a lui alcuni uomini - dovevano essere i francesi - si spostavano di corsa dal lato destro della strada a quello sinistro. Uno cadde nel fango sotto le zampe del cavallo di Petja.
Vicino a un'isba si affollavano dei cosacchi, intenti a qualcosa. Dalla folla si levò un grido terribile. Petja galoppò verso quella folla e la prima cosa che vide fu il volto pallido, con la mascella inferiore sussultante, di un francese aggrappato all'asta di una picca puntata contro di lui.
«Urrà!... Ragazzi... i nostri...» gridò Petja e allentando le briglie