al cavallo eccitato corse oltre lungo la strada.
Più avanti si sentiva sparare. I cosacchi, gli ussari e laceri prigionieri russi accorrevano da entrambi i lati della strada, gridando tutti insieme in modo rumoroso e sconnesso. Un baldanzoso francese, senza berretto, con la faccia rossa e tesa, in un cappotto turchino, si difendeva con la baionetta dagli ussari. Quando Petja arrivò, il francese era già caduto. «Di nuovo troppo tardi,» gli balenò in mente e galoppò verso il punto da dove proveniva più fitto il rumore degli spari. Gli spari echeggiavano nel cortile di quella casa padronale dove Petja era stato quella notte con Dolochov. I francesi si erano appostati dietro una siepe, nel folto giardino irto di cespugli e sparavano sui cosacchi che si affollavano all'ingresso. Avvicinatosi, in mezzo al fumo della polvere da sparo, Petja vide Dolochov, con una faccia pallida e verdastra, che gridava qualcosa ai suoi uomini.
«Li circonderemo! Aspettate la fanteria!» urlava mentre Petja lo raggiungeva.
«Aspettare?... Urràaaa!...» gridò Petja e senza indugiare un istante si precipitò verso il punto da cui provenivano gli spari e il fumo era più denso.
Si udì una scarica, sibilarono pallottole a vuoto, altre rimbalzarono contro qualcosa. I cosacchi e Dolochov irruppero dietro a Petja nel portone della casa. Alcuni francesi in mezzo al fumo denso e ondeggiante gettavano le armi e abbandonavano i cespugli correndo incontro ai cosacchi; altri scappavano verso lo stagno. Petja galoppava con il suo cavallo lungo il cortile padronale e invece di reggere le briglie, agitava le braccia in modo rapido e strano sempre più sbilanciato da una parte della sella. Il cavallo andò a finire su un fuoco morente nella luce del