e piegando le dita per tenere il conto. Rivolgendosi alla pioggia diceva tra sé: «Giù, giù, ancora, forza, ancora.»
Gli pareva di non pensare a nulla, ma in qualche luogo profondo e remoto la sua anima stava meditando su qualcosa d'importante e di consolante. Questo qualcosa era una finissima deduzione spirituale da una conversazione avuta il giorno prima con Karataev.
Il giorno prima, durante il bivacco notturno, intirizzendosi presso il fuoco spento, Pierre si era alzato e si era diretto al fuoco più vicino che bruciava meglio. Accanto a questo fuoco, con la testa coperta dal cappotto come da una stola era seduto Platon, che con voce rapida e gradevole, ma debole e malaticcia, raccontava una storia che Pierre conosceva già. Era l'ora in cui Karataev di solito si rianimava e si eccitava per la febbre che saliva. Avvicinandosi al fuoco e sentendo la voce debole e malata di Karataev e vedendo il suo volto compassionevole rischiarato in pieno dalla fiamma, Pierre aveva sentito una spiacevole fitta al cuore. Provò spavento della pietà che quell'uomo gli ispirava e avrebbe voluto andarsene via, ma non c'erano altri fuochi. Così, cercando di non guardare Platon, si sedette lì vicino.
«Allora, come va la salute?» domandò.
«La salute? Se ti lamenti tanto di soffrire, Dio non ti concede di morire,» rispose Karataev e ritornò subito al racconto che aveva incominciato. «... Ed ecco, fratello mio...»
Pierre conosceva da tempo quella storia. Karataev l'aveva raccontata a lui solo almeno sei volte e sempre con un particolare senso di gioia. Ma per quanto bene Pierre la conoscesse, si accinse ad ascoltarla come se fosse nuova, e quella tranquilla esultanza che evidentemente provava Karataev nel raccontare, si trasmise anche a lui. Era la storia di un