vecchio mercante che viveva insieme alla famiglia con dignità e timor di Dio e che un giorno era partito con un compagno, un ricco mercante, alla volta di Makar'e.
Fermatisi per la notte in una locanda, i due mercanti si erano addormentati e il giorno dopo il compagno del mercante era stato trovato sgozzato e rapinato. Sotto il guanciale del vecchio mercante era stato rinvenuto un coltello insanguinato. Il mercante era stato processato, condannato alla fustigazione e, strappategli le narici, «come si deve, secondo la regola», aveva commentato Karataev, era stato mandato ai lavori forzati.
«E così, fratello mio (proprio a questo punto del racconto era arrivato Pierre), da questo fatto passarono dieci anni e forse più. Il vecchio è sempre ai lavori forzati. Rassegnato, non fa male a nessuno. Chiede soltanto a Dio di farlo morire. Bene. E una notte i forzati si radunano, così come noi ora, e il vecchio è lì con loro. E il discorso cade sul perché ciascuno soffre, di che è colpevole davanti a Dio. Cominciano a raccontare: chi ha ucciso un uomo, chi due, chi ha appiccato un incendio, chi è disertore, chi così, senza motivo. E poi chiedono al vecchio: "E tu, vecchio, perché sei qui a soffrire?" "Io, fratelli miei cari," dice, "soffro per i miei peccati e per quelli degli uomini. Ma io non ho ucciso nessuno, né ho mai preso la roba d'altri, che anzi vestivo chi ne aveva bisogno. Io, fratelli miei cari, ero un mercante e possedevo grandi ricchezze." E così, una parola dopo l'altra, racconta come erano andate le cose. "Io, dice, non mi affliggo per me. Si vede che Dio mi ha messo alla prova. Solo, mi fanno pena la mia vecchia e i miei figlioli." E si mette a piangere. Per un caso fortuito, nel loro gruppo c'è anche l'uomo che aveva ucciso il mercante. "Dov'è accaduto, dice, nonnino? Quando, in che mese?"