cessa di esistere. Ma quando a morire è un essere umano, e per di più un essere amato, allora, oltre all'orrore di fronte all'annientamento della vita, si avverte una lacerazione, una ferita spirituale che, allo stesso modo di una ferita fisica, a volte uccide, a volte si rimargina, ma sempre duole e teme ogni irritante contatto coll'esterno.
Dopo la morte del principe Andrej, Nataša e la principessina Mar'ja era proprio questo che sentivano. Moralmente affrante, serrando gli occhi di fronte alla minacciosa nube della morte che incombeva su di loro, non osavano più guardare in faccia la vita. Badavano a tenere al riparo le ferite ancora aperte dai contatti che le straziavano, che facevano male. Tutto: il rapido passaggio di una carrozza per la strada, l'annuncio del pranzo, la domanda di una cameriera a proposito di un vestito che bisognava preparare, e, peggio ancora, una parola di cordoglio insincera, banale - tutto irritava dolorosamente la ferita, suonava come un'offesa e rompeva l'indispensabile silenzio in cui entrambe erano tutte tese ad ascoltare quel terribile austero coro che non si era ancora spento nella loro immaginazione; impediva di scrutare nelle misteriose e sconfinate lontananze che per un istante si erano aperte dinanzi a loro.
Soltanto quando erano sole, loro due sole, non sentivano offesa, né dolore. Parlavano poco tra di loro. Se parlavano, era di argomenti insignificanti. E l'una e l'altra evitavano accuratamente ogni minimo accenno al futuro.
Ammettere che potesse esserci un futuro sembrava loro un'offesa alla sua memoria. Con cautela ancora maggiore evitavano nei loro discorsi tutto ciò che poteva avere un rapporto col morto. Avevano l'impressione che ciò che avevano vissuto e sentito non potesse venir espresso a parole, che il rievocare anche un particolare della sua vita distruggesse la grandezza e