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che come era stato qui. Lo vedeva di nuovo così com'era a Mytišèi, a Troica, a Jaroslavl'.   
   Eccolo sdraiato in una poltrona con la sua pelliccia foderata di velluto, e il capo appoggiato alla mano magra e bianca. Il suo petto è terribilmente incavato e le spalle rialzate. Le labbra sono rigidamente serrate, gli occhi splendono e sulla pallida fronte appare e poi scompare una ruga. Una gamba gli trema in modo appena percettibile. Nataša sa che egli lotta contro un dolore lancinante. «Che cos'è questo dolore? Perché il dolore? Che cosa sente? Come gli fa male!» pensa Nataša. Lui ora si è accorto della sua attenzione, alza gli occhi e, senza sorridere, incomincia a parlare.   
   «C'è una sola cosa tremenda,» dice, «legarsi per sempre a una persona che soffre. È un'eterna tortura.» E la osserva con uno sguardo indagatore. Come sempre, anche questa volta Nataša risponde prima di aver fatto in tempo a riflettere sulla risposta: «Non può continuare così. Non andrà avanti così, voi guarirete completamente.»   
   Ora rivedeva di nuovo e riviveva tutto ciò che aveva sentito allora. Si ricordò lo sguardo prolungato, triste, severo di lui mentre diceva quelle parole e capì il rimprovero e la disperazione rattenuti in quello sguardo prolungato.   
   «Io ero stata d'accordo,» si diceva ora Nataša, «che sarebbe stato tremendo se lui fosse rimasto sofferente per sempre. Allora avevo detto così solo perché per lui sarebbe stata una cosa tremenda e lui invece ha capito in un altro modo. Ha pensato che sarebbe stato tremendo per me. Lui, allora, voleva ancora vivere, aveva paura di morire. E io gli ho parlato in modo così brutale, così stupido. Ma non era questo che pensavo. Pensavo tutt'altro. Se gli avessi detto quello che pensavo, avrei detto:

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