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carrozza si fermò vicino al reggimento. Kutuzov e il generale austriaco parlavano a bassa voce di qualcosa, e Kutuzov accennò un lieve sorriso mentre, con gesti lenti e pesanti, posava il piede sul predellino, come se non ci fossero stati quei duemila uomini che trattenendo il fiato guardavano lui e il comandante del reggimento.   
   Echeggiò un grido di comando; di nuovo il reggimento si scosse con un improvviso tintinnio e presentò le armi. In un silenzio mortale si udì la debole voce del comandante supremo. Il reggimento ruggì: «Viva vostra eccellenza!» Poi, di nuovo, tutto fu immobile. In un primo tempo, mentre il reggimento si muoveva, Kutuzov rimase fermo; poi, a fianco del generale austriaco in bianca uniforme, accompagnato dal suo seguito, a piedi cominciò a passare in rassegna lo schieramento.   
   Dal modo in cui il comandante del reggimento aveva salutato il comandante supremo, gli occhi levati su di lui, rigido, smanioso di ottenere la sua benevolenza; dal modo in cui, piegato in avanti, camminava dietro i generali lungo le file, controllando appena la sua andatura traballante; dal modo in cui sussultava a ogni parola e a ogni mossa del comandante supremo, si vedeva che egli eseguiva i propri doveri di subalterno con un piacere ancor maggiore che non i doveri di superiore. Grazie alla severità e alla diligenza del comandante, il reggimento si presentava in condizioni magnifiche, in confronto agli altri che erano arrivati a Braunau nello stesso momento. Gli uomini malati o rimasti per strada erano soltanto duecentodiciassette. Tutto era in regola, insomma, tranne le calzature.   
   Kutuzov camminava tra le file fermandosi di tanto in tanto e dicendo qualche parola gentile agli ufficiali che conosceva dai tempi della campagna di Turchia, e talvolta anche ai soldati. Sbirciando le calzature,

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