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scosse varie volte tristemente il capo e le indicò al generale austriaco con l'espressione di chi non rimprovera nessuno, ma non può non constatare come fossero in pessimo stato. E, ogni volta, il comandante del reggimento correva avanti, timoroso di lasciarsi sfuggire anche una sola parola del comandante supremo che si riferisse al reggimento. Dietro Kutuzov, a una distanza per la quale ogni parola anche debolmente pronunciata poteva esser udita, camminavano le venti persone del seguito.   
   I signori del seguito conversavano fra loro e a tratti ridevano. Più vicino d'ogni altro accanto al comandante procedeva un aiutante di campo, un giovane di bell'aspetto. Era il principe Bolkonskij. Al suo fianco camminava il suo collega Nesvickij, un ufficiale di stato maggiore, alto e molto grasso, con una bella faccia buona e sorridente e due occhi dolci e umidi. Nesvickij tratteneva a stento le risate prodotte da un ufficiale degli ussari che camminava accanto a lui. Senza sorridere, senza mutare espressione dei suoi occhi fissi, l'ufficiale degli ussari guardava con volto serio la schiena del comandante del reggimento e ne imitava ogni mossa. Ogni volta che il comandante del reggimento sussultava e si piegava in avanti, anche l'ufficiale degli ussari sussultava e si piegava in avanti esattamente allo stesso modo. Nesvickij rideva e dava gomitate agli altri per indurli a guardare quel burlone.   
   Kutuzov camminava lento e fiacco sotto quelle migliaia di occhi che sembravano uscire dalle orbite per seguirne meglio i movimenti. Giunto all'altezza della terza compagnia, all'improvviso si fermò, e il seguito, non prevedendo questa fermata gli si trovò quasi addosso senza volerlo.   
   «Ah, Timochin!» disse il comandante supremo, riconoscendo il capitano con il naso rosso che aveva passato i suoi guai per via del cappotto turchino.   

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