Ramballe.
«Ehi, scemo! Che hai da parlare a vanvera? Un contadino, davvero un contadinaccio,» si udì dire da varie parti in tono di rimprovero al soldato motteggiatore.
Attorniarono Ramballe, due soldati lo issarono sulle braccia incrociate e lo portarono all'isba. Ramballe aveva passato le braccia attorno al collo dei soldati e mentre lo portavano prese a dire in tono lamentoso:
«Oh, mes braves, oh mes bons, mes bons amis! Voilà des hommes! Oh, mes braves, mes bons amis!» e come un bambino appoggio il capo sulla spalla di un soldato.
Intanto Morel era seduto nel posto migliore, attorniato dai soldati.
Morel, un francese piccolo e tarchiato, con gli occhi infiammati e lacrimosi, oltre al fazzoletto annodato sopra il berretto come usano le contadine, indossava una pelliccetta da donna. Palesemente brillo, cingeva con un braccio un soldato seduto accanto a lui e cantava con voce rauca e spezzata una canzonetta francese. I soldati guardandolo si sbellicavano dal ridere.
«Su, su, insegnami, com'è? Io imparo subito. Come è?...» diceva un cantore burlone che Morel teneva abbracciato.
«Vive Henri quatre! Vive ce roi vaillant!» canterellò Morel ammiccando con un occhio. «Ce diable à quatre...»
«Vivaricà! Vis seruvarù! Sidiablacà...» ripeté il soldato agitando una mano e afferrando realmente il motivo.
«Bravo, bene! Oh, oh, oh, oh, oh...» si levò da varie parti una rozza gioiosa ilarità.
Anche Morel rideva facendo smorfie.
«Su, dacci sotto!»