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abbattuti, i soldati disarmati, gli abitanti di Mosca, le donne con bambini che si trovavano nei convogli dei francesi, tutti, sotto la spinta della forza d'inerzia, non si arresero, ma continuarono a fuggire in avanti, sulle barche, nell'acqua gelata.   
   Questa tendenza era ragionevole. La situazione era egualmente difficile tra i fuggiaschi e tra gli inseguitori. Restando con i suoi compagni, ciascuno in caso di sventura confidava nell'aiuto del compagno, in quel posto determinato che occupava in mezzo ai suoi. Arrendendosi ai russi, invece, si trovava sempre nella stessa situazione di sventura, ma scendeva all'ultimo posto nella suddivisione di tutto ciò che poteva soddisfare i suoi bisogni vitali. Ai francesi non occorrevano informazioni sicure per sapere che la metà dei prigionieri, di cui i russi non sapevano che fare, nonostante la loro buona volontà, perivano di freddo e di fame; sapevano che non poteva essere diversamente. Persino i comandanti russi più inclini alla compassione o - ammiratori come erano dei francesi - i francesi in servizio presso i russi, non potevano fare nulla per i prigionieri. I francesi morivano per la stessa situazione di indigenza in cui versava l'esercito russo. Non si potevano togliere il pane e gli abiti ai soldati affamati e che erano necessari, e darli ai francesi, non più dannosi, né odiati o colpevoli, ma semplicemente inutili. Alcuni facevano anche questo, ma si trattò solo di eccezioni.   
   Alle spalle la rovina era sicura; davanti, la speranza. I vascelli erano stati bruciati; non c'era altra via di salvezza che la fuga collettiva e ad essa erano rivolte tutte le energie dei francesi.   
   Quanto più i francesi proseguivano nella fuga, quanto più miserevoli erano i resti del loro esercito (specialmente dopo la Berezina, nella quale si riponevano particolari speranze per via del piano elaborato a

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