«Mi avevate ordinato di rammentarvi il degradato Dolochov in questo reggimento.»
«Dov'è Dolochov?» domandò Kutuzov.
Dolochov, già rivestito di un grigio cappotto da soldato, non si aspettava d'essere chiamato. Dalle file uscì l'elegante figura di un soldato biondo dai chiari occhi celesti. Si avvicinò al comandante supremo e si mise sull'attenti.
«Una supplica?» domandò Kutuzov accigliandosi un poco.
«È Dolochov,» disse il principe Andrej.
«Ah!» disse Kutuzov. «Spero che questa lezione servirà a correggerti. Fa' bene il tuo servizio. L'imperatore è clemente. E io non mi scorderò di te, se lo meriterai.»
I chiari occhi celesti guardavano il comandante supremo con lo stesso ardire col quale avevano guardato il comandante del reggimento, quasi lacerando con la loro espressione la cortina di convenzioni che teneva a tanta distanza il comandante supremo dai suoi soldati.
«Chiedo una cosa sola, eccellenza,» disse senza fretta Dolochov con la sua voce sonora e ferma. «Chiedo che mi sia dato il modo di cancellare la mia colpa e di dimostrare la mia devozione a sua maestà l'imperatore e alla Russia.»
Kutuzov si volse. Sulla sua faccia balenò quello stesso sorriso degli occhi che aveva avuto quando aveva voltato le spalle al capitano Timochin. Si volse e si accigliò, come se con questo avesse inteso mostrare che da molto, molto tempo sapeva ciò che gli aveva detto Dolochov e ciò che egli avrebbe potuto dire a lui; che tutto ciò da un pezzo gli era venuto a noia e non era affatto ciò che importava. Si volse e si diresse verso la carrozza.