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estrasse il rapporto preparato per l'imperatore.   
   Un rapido viavai, mormorii, un altro corriere che passò in un lampo, e tutti gli sguardi si concentrarono su una slitta che giungeva al galoppo e nella quale già si distinguevano le figure dell'imperatore e di Volkonskij.   
   Tutto questo, per un'abitudine che durava da cinquant'anni, gettò nell'agitazione il vecchio generale: si palpò addosso con ansia, si accomodò il cappello e proprio nel momento in cui l'imperatore scendeva dalla slitta e alzava gli occhi su di lui, facendosi forza e raddrizzandosi nella persona, gli consegnò il rapporto e attaccò a parlare con la sua voce misurata e suadente.   
   Con rapido sguardo l'imperatore squadrò Kutuzov dalla testa ai piedi, si accigliò per un istante, ma subito, dominandosi, gli si avvicinò e aprendo le braccia, abbracciò il vecchio generale. Di nuovo, per una vecchia, abituale impressione, e per una certa relazione con i suoi intimi pensieri, quest'abbraccio ebbe come sempre il suo effetto su Kutuzov che scoppiò in lacrime.   
   L'imperatore salutò gli ufficiali, il picchetto d'onore del reggimento Semënovskij e dopo aver stretto ancora una volta la mano al vecchio, entrò con lui nel castello.   
   Rimasto a tu per tu col feldmaresciallo, l'imperatore gli espresse il proprio malcontento per la lentezza dell'inseguimento, per gli errori commessi a Krasnoe e alla Berezina e gli comunicò le proprie considerazioni sulla futura campagna oltre le frontiere. Kutuzov non fece né obiezioni né commenti. Sul suo volto era impressa la stessa espressione mansueta e ottusa con cui sette anni prima aveva ascoltato gli ordini dell'imperatore sul campo di Austerlitz.   

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