Durante la convalescenza, Pierre solo un po' per volta si distaccava dalle impressioni che gli erano divenute abituali negli ultimi mesi e si convinceva del fatto che nessuno l'indomani lo avrebbe costretto ad andare chissà dove, che nessuno gli avrebbe tolto il suo letto caldo e che sicuramente avrebbe avuto un pranzo, e il tè e la cena. Ma in sogno si vedeva ancora, e ciò durò a lungo, nella situazione di prigionia. E in questo stesso modo graduale Pierre incominciava a capire le notizie che aveva appreso dopo la liberazione dalla prigionia: la morte del principe Andrej, la morte di sua moglie, l'annientamento dei francesi.
Un gioioso senso di libertà - di quella libertà piena, inalienabile, insita nell'uomo, di cui era stato per la prima volta consapevole nella prima tappa dopo la partenza da Mosca, colmava l'anima di Pierre durante la convalescenza. Egli si stupiva che questa libertà interiore, indipendente dalle circostanze esterne, ora fosse unita, quasi per un lusso, per un eccesso, alla libertà esterna. Era solo, in una città estranea, senza conoscenti. Nessuno gli chiedeva nulla; nessuno lo mandava in nessun posto. Aveva tutto quello che voleva; il pensiero di sua moglie, che era stato un'eterna tortura, ora non c'era più, giacché anche lei non c'era più.
«Ah che bello, che splendore!» diceva a se stesso quando gli avvicinavano il tavolino imbandito e pulito con il brodo fragrante, o quando la notte si coricava su un letto morbido e pulito, o quando si ricordava che sua moglie e i francesi non c'erano più. «Ah che bello, che splendore!» E per una vecchia abitudine si rivolgeva la domanda: «D'accordo, ma poi? Che cosa farà?» E subito si rispondeva: «Niente. Vivrò. Ah che splendore!»
Proprio ciò che prima lo angosciava, ciò di cui era costantemente alla