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   «Ai vostri ordini, eccellenza,» disse Timochin, lasciando capire con un sorriso che comprendeva i desideri del superiore.   
   «Ma sì, ma sì.»   
   Il comandante del reggimento rintracciò Dolochov tra le file e trattenne il cavallo.   
   «Al primo scontro, le spalline,» gli disse.   
   Dolochov si volse a guardarlo, non rispose e non mutò l'espressione della sua bocca sorridente e ironica.   
   «Così va bene, dunque, così va bene,» continuò il comandante del reggimento. «Un bicchiere di vodka agli uomini da parte mia,» soggiunse, in modo che i soldati lo udissero. «Vi ringrazio tutti! Sia lode a Dio!» E, oltrepassata la terza compagnia, si avvicinò a un'altra.   
   «È davvero un brav'uomo, con lui si può servire,» disse Timochin a un ufficiale subalterno che gli camminava accanto.   
   «In una parola è "di cuori", e questo dice tutto!...» (il comandante del reggimento era soprannominato «re di cuori») rispose ridendo l'ufficiale subalterno.   
   Il buon umore dei superiori dopo l'ispezione si trasmise anche ai soldati. La compagnia marciava allegramente. Le voci dei soldati s'incrociavano da tutte le parti.   
   «Che cosa dicono: che Kutuzov è guercio, che ci vede da un occhio solo?»   
   «E come no? Certo che è guercio!»   
   «Ma no, fratello, ci vede meglio di te. Gli scarponi, le fasce: ha osservato tutto...»   
   «Fratello mio, avessi visto come mi ha guardato i piedi... Ahi-ahi! ho pensato...»   

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