Pierre parlava rapidamente, in modo animato. Lanciò un'occhiata al viso dell'amica della principessina, vide uno sguardo attento, fisso su di lui con simpatia e curiosità e, come spesso accade durante una conversazione, sentì istintivamente che quell'amica vestita di nero era una persona cara, buona e simpatica che non avrebbe minimamente disturbato il suo colloquio confidenziale con la principessina Mar'ja.
Ma quando disse quelle ultime parole a proposito dei Rostov, la principessina manifestò il più vivo imbarazzo. Di nuovo il suo sguardo passò rapidamente dal volto di Pierre a quello della signora vestita di nero e disse:
«Ma come, non la riconoscete?»
Pierre guardò ancora una volta il viso pallido, fine, dagli occhi neri e dalla strana bocca dell'amica della principessina. Da quegli occhi intenti lo guardava qualcosa di familiare, qualcosa da tempo dimenticato e molto più che caro.
«Ma no, non può essere,» pensò. Questa faccia severa, magra e pallida, così invecchiata! Non può essere lei. È solo un ricordo di lei.»
Ma proprio in quel momento la principessina Mar'ja disse: «Nataša». E il volto dagli occhi attenti, con uno sforzo, come si apre una porta arrugginita, ebbe un sorriso, e da quella porta aperta ad un tratto alitò e investì Pierre quella felicità da tanto tempo dimenticata alla quale ormai non pensava più. Alitò, lo avvolse e lo sommerse tutto. Il suo sorriso fece svanire ogni dubbio: era Nataša, e lui l'amava.
Subito Pierre involontariamente svelò a lei, alla principessina Mar'ja e soprattutto a se stesso un segreto di cui era egli stesso all'oscuro. Nel volto gli risplendette una gioia tormentosa. Avrebbe voluto nascondere la sua emozione, ma quanto più voleva nasconderla, tanto più chiaramente -