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omettesse nulla.   
   Pierre aveva cominciato a parlare di Karataev (si era già alzato da tavola e passeggiava mentre Nataša lo seguiva con gli occhi) quando si fermò.   
   «No, voi non potete capire che cosa ho imparato da questo analfabeta, da quest'uomo semplice.»   
   «No, no, parlate,» disse Nataša. «Dov'è ora?»   
   «L'hanno ucciso, quasi sotto i miei occhi.»   
   E Pierre si inoltrò nel racconto dell'ultimo periodo della loro ritirata, della malattia di Karataev (la voce gli tremava continuamente) e della sua morte.   
   Pierre raccontava le sue avventure come se fosse la prima volta. Gli pareva di scoprire un nuovo significato in tutto quello che aveva sopportato allora. Nel raccontare tutte queste cose a Nataša provava quel raro piacere che sanno dare le donne quando ascoltano un uomo, - non le donne intelligenti, che, ascoltando, cercano o di ricordare ciò che viene loro detto per arricchire la loro mente e ridirlo eventualmente ad altri o di adattarlo a modo loro e comunicare al più presto i loro discorsi intelligenti, così come sono stati elaborati nel loro piccolo laboratorio intellettuale; ma quel piacere che sanno dare le vere donne, dotate della capacità di scegliere e assorbire quanto c'è di meglio nelle manifestazioni degli uomini. Nataša, senza rendersene conto, era tutta tesa nell'attenzione: non si lasciava sfuggire né una parola, né una vibrazione della voce, né uno sguardo, né il fremito di un muscolo del volto, né un gesto di Pierre. Coglieva a volo la parola non ancora detta e la immetteva direttamente nel suo cuore aperto, intuendo il senso segreto di tutto il lavorio interiore di Pierre.   

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