La principessina Mar'ja comprendeva il racconto, vi prendeva viva parte, ma vedeva anche qualcosa d'altro che assorbiva tutta la sua attenzione, vedeva la possibilità di amore e di felicità tra Nataša e Pierre. E quest'idea, venutale in mente per la prima volta, le riempiva l'anima di gioia.
Erano le tre di notte. I camerieri venivano a cambiare le candele con facce meste e severe, ma nessuno si accorgeva di loro.
Pierre terminò il suo racconto. Nataša continuava a guardarlo con occhi splendenti e animati e con ostinata attenzione, come volesse capire anche tutto quello che lui forse non aveva detto. Pierre in preda a un timido e felice smarrimento di tanto in tanto la guardava e si chiedeva che cosa avrebbe potuto dire ora per portare la conversazione su un altro tema. La principessina Mar'ja taceva. A nessuno veniva in mente che erano le tre di notte e che era ora di andare a dormire.
«Si dice: le disgrazie, le sofferenze,» disse Pierre. «Sì, ma se adesso, proprio in questo momento, mi chiedessero: vorresti esser rimasto quello che eri prima della prigionia o rivivere tutto daccapo..., per amor di Dio, ancora una volta la prigionia e la carne di cavallo! Di solito crediamo che appena sbalzati fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto; e invece solo allora comincia qualcosa di nuovo, di buono. Finché c'è vita, c'è felicità. Abbiamo ancora tante cose davanti a noi. Ve lo dico io!» disse, rivolgendosi a Nataša.
«Sì, sì,» disse lei, rispondendo a tutt'altro, «anch'io non desidererei altro che rivivere tutto da principio.»
Pierre la guardò attentamente.
«Sì, solo questo, nient'altro!» confermò Nataša.
«Non è vero,» gridò Pierre. «Non è colpa mia se sono vivo e voglio