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   «So che vi ama... vi amerà,» si corresse la principessina.   
   Non aveva finito di dire queste parole che Pierre era già balzato in piedi con una faccia attonita e le aveva afferrato una mano.   
   «Perché lo credete? Credete che io possa sperare? Lo credete?»   
   «Sì, lo credo,» disse sorridendo la principessina Mar'ja. «Scrivete ai genitori e affidate a me la cosa. Glielo dirò appena sarà possibile. Io lo desidero. E il cuore mi dice che andrà tutto bene.»   
   «No, non può essere! Come sono felice! Ma non può essere! Come sono felice! No, non può essere!» diceva Pierre baciando le mani alla principessina Mar'ja.   
   «Andate a Pietroburgo, è meglio. E io vi scriverò,» disse.   
   «A Pietroburgo? Andarci? Sì, va bene, ci andrò. Ma domani posso tornare a trovarvi?»   
   Il giorno dopo Pierre venne ad accomiatarsi. Nataša era meno animata che nei giorni precedenti, ma quel giorno, guardandola ogni tanto negli occhi, Pierre aveva la sensazione di sparire, come se non esistessero più né lui né lei, ma esistesse solo un sentimento di felicità. «Possibile? No, non può essere,» si diceva a ogni sguardo, gesto, parola di lei, che gli riempivano l'anima di gioia.   
   Quando nel salutarla le prese la mano esile e magra, involontariamente la trattenne un po' più a lungo nella sua.   
   «Possibile che questa mano, questo viso, questi occhi, tutto questo tesoro di grazia femminile che ora mi è estraneo, possibile che tutto questo diventi mio per sempre, abituale, come lo sono io a me stesso? No, è impossibile!»   
   «Addio, conte,» disse Nataša ad alta voce. «Vi aspetterò tanto...» aggiunse poi in un sussurro.   

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