soldatesca che cominciava così: «Non è l'aurora, non è il sole che si leva?...» e terminava con le parole: «sì, fratelli, avremo gloria con Kamenskij nostro padre...» Questa canzone era stata composta ai tempi della campagna di Turchia e adesso veniva cantata in Austria con la sola variante che, al posto di «Kamenskij», si diceva «Kutuzov».
Pronunciando alla maniera dei soldati queste ultime parole e facendo con le mani il gesto di chi gettasse qualcosa in terra, il tamburino - un soldato magro e bello sui quarant'anni - diede un'occhiata severa ai cantori e socchiuse gli occhi. Poi, quando fu convinto che tutti gli occhi erano posati su di lui, con le due mani, sollevò una preziosa, invisibile cosa sopra la testa; la tenne così per alcuni secondi, poi, di colpo, disperatamente, fece l'atto di scaraventarla a terra.
«Ah, tu, isba mia, isba!»
«Isba mia nuova...» ripresero venti voci, e il vivandiere, nonostante il peso dell'equipaggiamento, si portò avanti d'un balzo e si mise a camminare all'indietro davanti alla compagnia, dimenando le spalle e minacciando qualcuno con i cucchiai. I soldati, muovendo le braccia al ritmo della canzone, camminavano a grandi passi, mettendosi involontariamente al passo. Dietro la compagnia si udirono un rumore di ruote, un cigolare di molle, uno scalpitare di cavalli. Kutuzov con il suo seguito tornava in città. Il comandante supremo fece segno che i soldati continuassero a marciare liberamente; e la sua faccia e le facce del seguito espressero il piacere che tutti provavano alle note della canzone, alla vista del soldato che ballava e degli uomini della compagnia che marciavano allegri e baldanzosi. Nella seconda fila a destra, dove la carrozza stava sorpassando le compagnie, balzava involontariamente agli occhi un soldato dagli occhi celesti. Era Dolochov, che procedeva