che questo si avverasse; oltre a ciò non poteva esservi nient'altro. Tutto finiva lì.
Una gioiosa, imprevista follia, di cui si sarebbe ritenuto incapace, si era impadronita di Pierre. Tutto il senso della vita, non per lui solo, ma per tutta la gente di questo mondo, gli pareva racchiuso nel suo amore e nella possibilità che Nataša lo contraccambiasse. Certe volte tutta la gente gli sembrava preoccupata da un'unica cosa: la sua futura felicità. Talora gli pareva che se ne rallegrasse proprio come lui, e cercasse soltanto di nascondere questa gioia, fingendosi intenta ad altri interessi. In ogni parola e in ogni gesto vedeva un'allusione alla sua felicità. Spesso stupiva le persone con le quali si incontrava con i suoi sguardi e i suoi sorrisi felici e significativi, che esprimevano una segreta intesa. Ma quando si rendeva conto che gli altri potevano essere all'oscuro della sua felicità, li compiangeva con tutto il cuore e provava il desiderio di spiegar loro in qualche modo come tutto ciò che li interessava non fosse altro che un mucchio di sciocchezze e di assurdità che non meritavano la minima attenzione.
Quando gli proponevano un impiego o discutevano di qualche questione generale o della guerra, supponendo che da un dato esito degli eventi dipendesse la felicità di tutti, Pierre stava a sentire con un mite sorriso di compassione e stupiva gli interlocutori con le sue strane osservazioni. Ma sia gli uomini che a Pierre parevano capaci di comprendere il vero senso della vita, ossia il suo sentimento, sia quegli infelici che evidentemente non lo capivano, tutti quanti in questo periodo gli apparivano così illuminati dal suo sentimento che subito, senza il minimo sforzo, Pierre vedeva in chiunque s'imbattesse tutto ciò che era buono e degno d'amore.