nulla di riprovevole, ma nel secondo anno del suo matrimonio la sua opinione su questo modo di imporsi improvvisamente mutò.
Un giorno, in estate, era stato chiamato da Boguèarovo lo starosta che era succeduto al defunto Dron e che era accusato di diverse malefatte e negligenze. Nikolaj gli andò incontro sulla scalinata d'ingresso e fin dalle prime risposte dello starosta, si udirono nel vestibolo grida e rumori di colpi. Tornato a casa per colazione, Nikolaj si avvicinò alla moglie, che sedeva con la testa china sul telaio, e, come d'abitudine, si mise a raccontare quello che aveva fatto in mattinata, e fra le altre cose le parlò anche dello starosta di Boguèarovo. La contessa Mar'ja arrossendo, impallidendo e stringendo le labbra, continuava a restar seduta con la testa china, senza rispondere nulla alle parole del marito.
«Che spudorato farabutto,» diceva Nikolaj, scaldandosi al solo ricordo. «Almeno mi avesse detto che era ubriaco, che non aveva visto... Ma che cos'hai, Marie?» domandò ad un tratto.
La contessa Mar'ja alzò la testa come per dire qualcosa, ma subito la riabbassò in fretta e strinse le labbra.
«Che c'è? Che cos'hai, amica mia?»
Il pianto abbelliva sempre la non bella contessa. Non piangeva mai di dolore o di ira, ma sempre di tristezza e di compassione. E quando piangeva, i suoi occhi luminosi acquistavano una fascino irresistibile.
Non appena Nikolaj le ebbe preso una mano, non riuscì più a trattenersi e scoppiò in lacrime.
«Nicolas, ho visto... lui è in torto, ma tu, perché tu?... Nicolas!...» e si nascose la faccia tra le mani.
Nikolaj rimase in silenzio, arrossì violentemente, si scostò e prese a camminare per la stanza. Aveva capito che cosa la faceva piangere; ma non