poteva così di colpo consentire in cuor suo con lei, che ciò a cui era abituato fin da bambino, che aveva sempre considerato come la cosa più normale del mondo fosse una cosa sbagliata.
«Sono leziosaggini, cose da donnicciole, oppure ha ragione lei?» si chiedeva. Prima di aver risolto tra sé la questione, guardò ancora il volto sofferente e pieno d'amore della contessa Mar'ja e ad un tratto capì che aveva ragione lei e che ormai da tempo egli era in fallo di fronte a se stesso.
«Marie,» disse a bassa voce avvicinandosi, «questo non succederà mai più; ti dò la mia parola. Mai più, ripeté con voce tremante, come un bambino che chiede perdono.
Le lacrime sgorgarono ancora più copiose dagli occhi della contessa. Afferrò la mano del marito e la baciò.
«Nicolas, quand'è che hai rotto il cammeo?» chiese per cambiare discorso guardandogli la mano al cui anulare portava un anello con la testa di Lacoonte.
«Oggi, sempre per quella storia. Ah, Marie, non parlarmene più.» Di nuovo diventò scarlatto. «Ti do la mia parola d'onore che non succederà più. E che questo me lo ricordi sempre,» disse indicando l'anello rotto.
Da quel giorno, ogni volta che discutendo con gli starosty o con i fattori sentiva il sangue montargli alla testa e cominciava a stringere i pugni, Nikolaj girava sul dito l'anello rotto e abbassava gli occhi davanti alla persona che lo aveva mandato in collera. Un paio di volte all'anno, tuttavia, perdeva il controllo e allora rientrando confessava la cosa alla moglie e nuovamente le prometteva che quella sarebbe stata veramente l'ultima volta.
«Marie, tu mi disprezzerai, lo so,» diceva. «Me lo merito.»