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   «Caro!» rispose Nataša. «Ma chissà come saranno contenti i bambini e maman. Però hai fatto male a comprarmi questo,» aggiunse, senza però riuscire a trattenere un sorriso di compiacimento alla vista di uno di quei pettini d'oro con le perle, che cominciavano proprio allora a diventare di moda.   
   «È stata Adèle che mi ha fatto perdere la testa: comperare, comperare,» disse Pierre.   
   «Quando potrei mettermelo?» Nataša se lo infilò nella treccia. «Sarà per quando porteremo in società Mašen'ka; forse allora li porteranno di nuovo. Ma adesso andiamo.»   
   E raccolti i doni, si recarono prima nella stanza dei bambini e poi dalla contessa.   
   La contessa come al solito era intenta con la Belova a un solitario quando Pierre e Nataša entrarono nel salotto con gli involti sotto il braccio.   
   La contessa aveva ormai più di sessant'anni. Era tutta bianca e portava una cuffia che le circondava il viso con una ruche. Il volto era rugoso, il labbro superiore era rientrato e gli occhi erano velati.   
   Dopo la morte del figlio e del marito, susseguitesi così rapidamente, si sentiva un essere dimenticato per caso sulla terra, privo di qualsiasi scopo e significato. Mangiava, beveva, dormiva, vegliava ma non viveva. La vita non le procurava nessuna impressione. Dalla vita non esigeva più nulla se non la quiete e la quiete poteva trovarla soltanto nella morte. Ma per il momento la morte non veniva e lei doveva vivere, ossia adoperare tutte le sue energie vitali. In lei si osservava in sommo grado ciò che si riscontra nei bambini molto piccoli e nelle persone molto vecchie. Nella sua vita non si poteva individuare nessuno scopo esterno, era evidente

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