solo il bisogno di tenere in esercizio le diverse inclinazioni e facoltà. Mangiava, dormiva, pensava, parlava, piangeva, lavorava, si adirava e così via solo perché aveva uno stomaco, un cervello, dei muscoli, dei nervi e un fegato. Faceva tutte queste cose senza esservi spinta da nulla di esterno, non come vengono fatte dalle persone nel pieno vigore dell'età, quando oltre allo scopo a cui tendono non si nota l'altro scopo, quello di applicare le proprie energie. Parlava solo perché fisicamente aveva bisogno di far lavorare i polmoni e la lingua. Piangeva come un bambino perché aveva bisogno di liberarsi il naso, e così via. Ciò che per le persone nel pieno del vigore si presenta come uno scopo per lei evidentemente era un pretesto.
Così al mattino, specialmente se la sera prima aveva mangiato qualche cosa di grasso, sentiva il bisogno di arrabbiarsi e allora sceglieva il pretesto più a portata di mano: la sordità della Belova.
Dall'altro capo della stanza cominciava a dirle qualcosa a bassa voce:
«A quanto pare, oggi fa meno freddo, mia cara,» diceva in un sussurro. E quando la Belova rispondeva: «Come no, sono arrivati,» brontolava seccata: «Dio mio, com'è sorda e scema!»
Un altro pretesto era il tabacco da fiuto che un giorno le pareva troppo secco, un giorno umido, un altro mal trinciato. Dopo queste arrabbiature la bile le affluiva al volto e le sue cameriere sapevano a colpo sicuro quando la Belova sarebbe stata di nuovo sorda e il tabacco sarebbe diventato umido e la faccia sarebbe tornata gialla. Così come aveva bisogno di far lavorare la bile, qualche volta aveva bisogno di far lavorare le superstiti facoltà di raziocinio e il pretesto per questo era il solitario. Quando aveva bisogno di piangere, la soccorreva il defunto conte. Quando aveva bisogno di agitarsi, il pretesto era offerto da