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   «Il generale en chef Kutuzov?» proferì in fretta il generale rivelando un aspro accento tedesco. Guardò sui due lati e senza fermarsi procedette verso la porta dello studio.   
   «Il generale en chef è occupato,» disse Kozlovskij avvicinandosi prontamente all'ignoto generale e sbarrandogli la strada verso la porta. «Chi devo annunciare?»   
   Il generale sconosciuto guardò con sprezzo dall'alto in basso Kozlovskij, che era basso di statura, e parve stupito che qualcuno potesse non conoscerlo.   
   «Il generale en chef è occupato,» ripeté tranquillamente Kozlovskij.   
   Il generale si adombrò, le sue labbra si contrassero ed ebbero un fremito. Estrasse un taccuino, tracciò rapidamente qualcosa con un lapis, strappò il foglietto, lo consegnò; poi raggiunse a passi rapidi la finestra, e si lasciò cadere su una sedia fissando gli occhi sui presenti come se si fosse chiesto perché mai lo guardassero. Alla fine sollevò il capo, allungò il collo come per dire qualcosa, ma subito, come cominciando a canticchiare distrattamente fra sé, emise uno strano suono che fu subito troncato a mezzo. La porta dello studio si era aperta e sulla soglia era apparso Kutuzov. Il generale con la testa fasciata, come se fuggisse un pericolo, piegandosi su se stesso, si avvicinò a Kutuzov con alcuni lunghi, rapidi passi delle sue gambe magre.   
   «Vous voyez le malheureux Mack,» esclamò con voce rotta.   
   Per qualche istante la faccia di Kutuzov, in piedi sulla soglia dello studio, rimase assolutamente immobile. Poi come un'onda, sul suo volto apparve una ruga, e di nuovo la fronte si spianò. Chinò la testa rispettosamente, chiuse gli occhi, in silenzio fece passare Mack davanti a sé e richiuse la porta alle sue spalle.   

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