«Sì.»
«E tu che cosa volevi dire?»
«Così, sciocchezze.»
«No, dì comunque.»
«Ma non vale la pena, sono stupidaggini,» disse Nataša, illuminandosi tutta nel sorriso, «volevo parlare soltanto di Petja: oggi la njanja si è avvicinata per prendermelo e lui si è messo a ridere, ha strizzato gli occhietti e si è stretto a me; certamente pensava di essersi nascosto. È talmente caro! Eccolo che strilla! Bene, arrivederci!» E uscì dalla stanza.
Nel frattempo, da basso, bell'appartamento di Nikolen'ka Bolkonskij, nella sua camera da letto, ardeva come sempre una lampada (il ragazzo aveva paura del buio e non si era riusciti a guarirlo da questo difetto). Dessalles dormiva ben alto sui suoi quattro cuscini e il suo naso romano emetteva i rumori di chi russa. Nikolen'ka, che si era appena svegliato in preda a un sudore freddo, era seduto sul letto con gli occhi sbarrati e guardava davanti a sé. Un sogno terribile lo aveva svegliato. Si era visto in sogno insieme a Pierre con l'elmo in testa, gli stessi elmi disegnati nella sua edizione di Plutarco. Lui e lo zio Pierre marciavano alla testa di un immenso esercito. Questo esercito era composto da linee bianche oblique che riempivano l'aria come quelle ragnatele che si vedono volare in autunno, che Dessalles chiamava le fil de la Vierge. Davanti c'era la gloria, anch'essa fatta di quei fili, solo un po' più compatti. Loro - lui e Pierre - avanzavano leggeri e felici avvicinandosi sempre più alla meta. Ad un tratto i fili che li muovevano avevano cominciato a cedere, a intricarsi. La situazione era diventata angosciosa. E lo zio Nikolaj Il'iè si era fermato davanti a loro in una posa minacciosa e severa.