cittadini della Francia o di un altro stato. Ma, senza parlare delle contraddizioni fra gli storici nel concepire questo programma, anche ammettendo che esista un programma comune a tutti, i fatti storici contraddicono sempre questa teoria. Se le condizioni sotto le quali si trasmette il potere consistono nella ricchezza, nella libertà, nell'istruzione del popolo, perché i Luigi XIV e gli Ivan IV portano tranquillamente a termine il oro regno, mentre i Luigi XVI e i Carlo I sono giustiziati dai loro popoli? A questa domanda gli storici rispondono dicendo che l'attività di Luigi XIV, contraria al programma, si ripercosse su Luigi XVI. Ma perché mai non si ripercosse su Luigi XIV e XV; perché doveva proprio ripercuotersi su Luigi XVI? E quale è il termine di scadenza di questa ripercussione? A queste domande non ci sono e non ci possono essere risposte. E altrettanto poco si spiega, in questa teoria, la causa del fatto che la somma delle volontà resti per secoli nelle mani dei governanti e dei loro successori, e poi ad un tratto, nel giro di cinquant'anni, venga ceduto alla Convenzione, al Direttorio, a Napoleone, ad Alessandro, a Luigi XVIII, di nuovo a Napoleone, a Carlo X, a Luigi Filippo, al governo repubblicano, a Napoleone III. Nello spiegare questi rapidi passaggi della volontà dei sudditi da un personaggio all'altro, e specialmente per quanto riguarda le relazioni internazionali, le conquiste e le alleanze, questi storici devono involontariamente ammettere che parte di questi fenomeni non costituiscono già più un legittimo trasferimento della volontà, ma semplici fatti fortuiti dipendenti ora dall'astuzia, ora dagli errori o dalla perfidia, o dalla debolezza di un diplomatico o di un monarca o di un capopartito. Cosicché la maggior parte dei fenomeni della storia: guerre intestine, rivoluzioni, conquiste, non sono rappresentati da questi storici come prodotti della trasmissione di libere volontà, ma